Rdonna che lavvora al pc (gif animata)

MOBBING: RACCONTA LA TUA STORIA

Quando a farti del male sono i colleghi

Racconta la tua storia: verrà pubblicata.

 

Una collega che mette a disagio

 

PER LEI NON CONTO NIENTE

Sí, sul lavoro non sto bene. Soprattutto con una collega, molto furba, che mi rende insicura, indecisa e mi sento screditata. Ho provato a parlarle, l'altro ieri, le ho detto che non mi era piaciuto come si era comportata con me il giorno prima, ho cercato di tenerle testa, mi sono preparata a casa quello che volevo dirle, in modo da risultare chiara e di portare elementi reali.

La mia rabbia più grande è stato quando ad un certo punto ho sentito che mi veniva da piangere e ho terminato in fretta e me ne sono andata per non sentirmi umiliata.

Ieri c'è stato un incontro con il nostro capo e alcune tra noi, e io occupo temporaneamente un posto di coordinatrice (sostituisco una coordinatrice in gravidanza); la collega furba non si è fatta scrupolo di esprimere il desiderio di lavorare ancora con la sig. in gravidanza, come se io non ci fossi, come se io non facessi il mio lavoro, come se io non contassi niente!!

 

A CHI CHIEDERE AIUTO?

Questa notte non ho quasi dormito.

Sono davvero arrabbiata, anche con me stessa, perchè mi sento cosí impacciata!!

Credo che proverò a parlare col capo, in modo discreto, anche perchè lui è legato alla collega furba, perchè lei ha fatto in modo di rendersi insostituibile (almeno è quello che crede lui).

Hai un consiglio da darmi su come muovermi? Non so se questo sia vero mobbing, ma io credo che davvero questa collega furba mi voglia mettere da parte!

indicatore rosso (elemento decorativo)CHIARA RISPONDE Conosco molto bene la situazione. Spesso le persone arriviste attaccano chi pensano possa minare la loro posizione in ufficio. La tattica migliore, inizialmente, è ignorarle, anche se a volte ciò è impossibile e si scatena una vera e propria guerra. Se vuoi però sanare la situazione, dovresti cercare di comprendere i motivi del suo comportamento e fare tu i primi passi per risolvere la situazione (lei non li fará). Quando la tensione si fa più forte, adotta la tecnica del distacco: pensa a lei come a un personaggio divertente, ironizza su di lei nel tuo animo: ne prenderai le distanze e non la vedrai più come una rivale. Puoi anche scriverle una lettera che non le consegnerai mai, ma che sará utilissima per sfogare pacificamente i tuoi rancori. Se vuoi, usa la rubrica Lettera aperta a Lei. Non parlarne assolutamente con i Capi: se è benvoluta, sarebbe una mossa autolesionistica: potrebbero giudicarti debole e incapace di cavartela da sola. È anche inutile chiedere a lei chiarimenti: se il suo scopo è metterti in difficoltá, ne approfitterá comunque. Piuttosto, interessati gradualmente al suo mondo, lavorativo e familiare, prima solo ascoltandola se ne parla, poi mostrando il tuo interesse con una domanda ogni tanto, in modo che non ti senta più tanto lontana. Capirá che non costituisci un pericolo.

Se si comporta cosí, infatti, è perché ha paura di te.

 


Dall'insegnamento all'ufficio: una lezione… di vita

 

DIFFAMATA… IN AULA

Dopo aver lavorato per diversi anni nelle scuole superiori, avevo constatato che insegnare mi piaceva (con i ragazzi andava benissimo), ma… i colleghi erano insopportabili. Purtroppo non potevo ignorarli e andare avanti: con i colleghi dovevo lavorare gomito a gomito ogni giorno.

Con loro dovevo condividere le mie idee, oltre che il piano di lavoro, ascoltare riunioni inutili, creare progetti, cercare materiale. La perfidia spesso si nasconde in sembianze sotterranee: una collega particolarmente invidiosa (di cosa? non lo saprò mai) faceva di tutto per rendermi ogni giorno più sofferto e grigio. L'allegria dei ragazzi mi rincuorava nonostante tutto. Fin quando, un giorno, un'allieva mi ha riferito che in classe la collega parlava male di me alle mie spalle. Molto scorrettamente mi stava diffamando, reato non accettabile al lavoro. Ho deciso di parlarne con la Preside, che si mi ha sostenuto ma non ha reagito. Avrei potuto denunciarla, ma avrei coinvolto i miei alunni - e i loro genitori - in una situazione assai spiacevole.

Unica soluzione possibile: andarmene!

 

DA FREELANCE A IMPIEGATA A TEMPO PIENO

Ho lasciato la scuola senza particolari rimpianti e mi sono dedicata a lavori indipendenti da freelance, ideali per me stanca di negatività e problemi. Ho iniziato a lavorare nel campo delle traduzioni, comodamente da casa mia (oggi con Internet si può), arrotondando con lezioni nella scuola privata. Ero serena, avevo tempo per me, la mia famiglia, i miei hobby. Unico neo: le entrate erano poche. In termini economici non potevo sopravvivere tranquillamente come prima.

Sono ritornata alla carica e ho inviato centinaia di domande di lavoro per mail. Dopo alcuni mesi ho ricevuto l'invito a presentarmi a un colloquio presso un'agenzia privata di traduzioni, che in breve mi ha assunto. Ho iniziato a lavorare in ufficio: una piccola stanza soffocante, otto ore al computer, anche se con le pause che volevo per mangiare o bere qualcosa. Miei collaboratori due giovani ragazzi, un romano e un goriziano: loro traducevano, io li correggevo.

 

GRAZIE AI "CARI" COLLEGHI, LICENZIATA!

All'inizio grandi chiacchiere, grandi risate, troppo di tutto: resto dubbiosa e spaesata. Poi siamo ricoperti da un mare di testi a scadenze brevi e i colleghi, da amiconi, si trasformano  in serpi velenose. Il romano usa parolacce con estrema disinvoltura, citando in continuazione il membro maschile; il goriziano commenta a voce alta, sputa cattiverie, mi controlla, guarda quello che scrivo, invia lettere al capo contro di me! Mi sembra di aver a che fare con bambini a cui è caduto per terra il leccalecca o è volato via il palloncino. Ancora una volta mi trovo coinvolta in una situazione paradossale, di cui non capisco la ragione né il fine. Le critiche, poi, sono ingiuste. Qualche amica ha suggerito che forse, per orgoglio maschile, non sopportavano di esser corretti da me, donna; ma non avevo mai commentato i loro errori, comunque gravi. Cambio tattica: resto in silenzio, li ignoro, non li guardo. Loro continuano con le cattiverie. Non reggo più: chiedo un colloquio al capo. Lui non mi appoggia, anzi mi chiede di scrivergli un resoconto del mio lavoro. Gli richiedo un colloquio, lo inseguo nella sua stanza e, ormai nauseata dagli avvenimenti in ufficio, lo prego di darmi la possibilità di farmi lavorare da casa.

Dopo alcuni giorni la risposta: licenziata!

 

RICOMINCIO DA ME

Accetto con eleganza il licenziamento: dico al capo che mi libero di una quotidianità volgare e dentro di me penso che sto riconquistando la libertà: non dovrò più andare nella piccola stanza senza ossigeno e veder facce a me contrarie. Il capo mi prende per mano (!?!), mi invita nel suo ufficio per un saluto ufficiale e pare che ora sia io a volermene andare… "È stata un'esperienza terribile", dico, "inoltre le vostre traduzioni non erano buone e neppure il vostro italiano. Mi serve come esperienza per una prossima volta Addio!". Esco, esclamando "Wow, sono libera". Libera ma senza soldi. Non demordo.

Ho ricominciato a inviare lettere e tra le mani ho un'altra traduzione passatami da un'amica. Dall'ultima situazione ho imparato due leggi fondamentali:

1) Non pensare mai che il capo voglia ascoltare le tue lamentele, anche se hai ragione.

2) Non dare mai troppa confidenza ai colleghi, soprattutto non da subito. Meglio tenere il mondo del lavoro completamente separato da quello personale.

Infine, un mio suggerimento molto sentito: se al lavoro soffri, hai già provato inutilmente a cambiare strategia, ti svegli la mattina con l'angoscia e lo stomaco tirato, non continuare a farti del male. Cercati altro da fare, anche se devi rinunciare ai tuoi titoli e alle tue esperienze.

Un lavoro onesto è sempre nobile, non disprezzarlo. Mai.

Eda

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