LA POSTA DI CINZIA

La posta di Angel

La Angel Cinzia risponde

 

IL BIMBO CHE STA PER NASCERE NON È DEL MIO COMPAGNO

LUI MI HA LASCIATA PERCHÉ SI SENTIVA MIO 'OSPITE'

SONO STATA LASCIATA DAL 'FIDANZATO' DI 54 ANNI

IL MIO UOMO MI TRATTAVA SENZA RISPETTO

SUBISCO UNA VITA CHE NON MI PIACE

 


IL BIMBO CHE STA PER NASCERE NON È DEL MIO COMPAGNO

Sono gravida all'ottavo mese circa, quindi siamo agli sgoccioli. La mia gravidanza è stata molto difficile non solo per quanto concerne la salute... credo di essere un po' depressa. Il bimbo che sta per nascere non è del mio compagno bensì il frutto di un tradimento. Non me la sono sentita di abortire né tanto meno di confessare tutto. Amo moltissimo il mio ragazzo, con tutta me stessa e non credevo sarebbe successa una cosa del genere proprio a me. La mia decisione è stata sofferta. Venivo da un periodo molto difficile con il mio compagno. Non ho mai smesso di amarlo (per quanto possa sembrare assurdo). Non posso vivere senza lui. Mi sono abbandonata ad una avventura, sbagliando, lo so. Quando ho scoperto di essere incinta avrei potuto fare 2 cose: confessare la verità, rischiando di perderlo per il resto della mia vita, rovinare la mia vita (vivo in un piccolo paese e tutti mi conoscono) e "odiare" me stessa e probabilmente anche il bimbo che ho in grembo, oppure avrei potuto abortire. Ho deciso di portare avanti questa gravidanza nonostante tutto. Data la notizia al mio compagno, vista la gioia nei suoi occhi, la sua felicità erano spariti i miei sensi di colpa. Ma ora, ciò che ho dentro è solo tanta paura. Inutile dire che lui non accetterebbe mai questa situazione e probabilmente i suoi genitori ed il resto della gente sarebbe capace di farmi fuori. La prego, mi consigli come vivere questa cosa. Grazie.

Lettera firmata

frecciaCINZIA RISPONDE

Carissima, quando nelle nostre confusioni, nei nostri malesseri, nei nostri "pasticci" ci finiscono i bambini - già nati o generati di conseguenza a questi - è difficile dare consigli. Tuttavia (...)

SEGUE IN PRIVATO: Data la delicatezza dell'argomento, la risposta ci Cinzia e quella di Chiara, inviate all'autrice della lettera, vengono qui omesse. Chi volesse mandare il suo parere può farlo attraverso il sito, citando questa lettera.

 


LUI MI HA LASCIATA PERCHÉ SI SENTIVA MIO 'OSPITE'

Gentile Cinzia, da 5 giorni mi trovo in una situazione che sto cercando di affrontare nel migliore dei modi ma davvero mi riesce difficile.
Dopo 8 anni insieme, di cui alcuni di convivenza, al ritorno dal lavoro, trovo sul tavolo una lettera con cui lui mi lascia, dicendomi che quella non è la vita che vuole. Il suo disagio è dovuto in massima parte alla casa in cui abbiamo vissuto, che è di mia proprietà. Lui dice di essersi sentito sempre ospite, poiché non l'ha pagata lui e questo lo ha fatto sentire assoggettato a me.
Nessun sentore di nulla... Fino al giorno prima ho ricevuto conferme continue di amore da parte sua e di come fosse fortunato ad avermi. Parlandoci, mi ha detto che lui si è violato per piacermi e ha cercato di fare le cose come gli sembrava io volessi fossero fatte.
Sono incredula e non so che cosa fare. Lui ha proposto di ricominciare come amici, vedendoci e divertendoci insieme. Come posso interpretare questa situazione e il bene immenso che lui dice di volermi? Piange con me, davvero lo sento sincero ma dice che si è annullato e ora non può avere legami, deve pensare solo a sé.

Grazie, anche solo per l'attenzione. Cordialmente,

Federica

frecciaCINZIA RISPONDE

Carissima Federica, il caso che descrivi è simile a molti altri, purtroppo. Tante (troppe) relazioni stabili, apparentemente soddisfacenti e paritarie, quasi perfette, evaporano in un batter di ciglia, e spesso sono proprio gli uomini che ne determinano la fine in questo modo "sconcertante".
Il quadro che emerge dalla tua brevissima mail ci restituisce l'immagine di un uomo immaturo, insicuro, vittima di un profondo senso di inadeguatezza tenuto nascosto anche a se stesso. E’ sincero, non c’è motivo di dubitarne. E le sue motivazioni sono disarmanti quanto irrimediabili. Ha vinto, in lui, il condizionamento sociale, culturale, che assegna ad uomini e donne ruoli preconfezionati, sostanzialmente immutati e immutabili. Qualcuno la chiama “natura”, ma non c’è niente di naturale nel credere di dover essere in un modo anziché un altro. L’uomo “vero” che tali condizionamenti spacciano per adeguato, non vive nella casa di proprietà della compagna, non deve compiacerla per averla, non aspetta che rientri dal lavoro, non apparecchia la tavola al posto suo. Al contrario. E’ la donna deve dipendere da lui, lei deve compiacerlo, aspettarlo, un passo indietro, magari piccolo-piccolo, ma sempre un po’ nell’ombra perché gli altri non possano pensare di lui che sia un uomo dappoco, un debole, un perdente.
Otto anni non sono otto mesi, ma talvolta il trascorrere del tempo, da solo, non basta per scrollarsi di dosso il superfluo, per trovare quei buoni motivi che aiutano a non soccombere agli stereotipi, all’ideale di amore e vita perfetta che vorremmo incarnare, realizzare. Subentra la noia, la stanchezza, la disillusione e forse, alla fine, si preferisce immaginare che vivere. Nella vita reale non possiamo che essere noi stessi, persone anche modeste con grandi limiti che non potremo mai superare, o forse persone eccellenti che il resto del mondo disdegnerà o continuerà ad ignorare. Nella vita immaginaria, invece, possiamo essere chi vogliamo: uomini autorevoli, capaci e conformi, proprietari di case in cui donne accondiscendenti aspettano per premiarci del successo, dell’approvazione sociale che abbiamo guadagnato.
Arrendersi o fingere di arrendersi al condizionamento, è solo un modo per non far fatica, per non mettersi in discussione, per non assumersi responsabilità. Si cede o mente, perché nulla cambi. Si cerca di fermare il tempo, per non crescere. Rimanere amici, vedersi, divertirsi insieme. Un modo come un altro per non fare i conti con la realtà, le proprie scelte, le conseguenze delle proprie azioni e dei propri errori.
Non attribuirti responsabilità che non hai, Federica. Non credere alle sue insinuazioni, al suo tentativo puerile e meschino di farti sentire in colpa. Non è una colpa aver acquistato una casa, semmai è un merito, sudato. Non è una colpa la generosità, averlo accolto, aver rimediato alle sue impossibilità, aver accettato i suoi silenzi, le sue omissioni, le sue profferte, aver avuto fiducia in lui, avergli creduto. Si è violato per piacerti? Ha cercato di fare le cose come gli sembrava che tu volessi fossero fatte? C’è qualcosa di malato, insano, in tutto questo. Per lui, ora, il gioco non vale più la candela - un colpo di cimosa e via, tutto finito, cancellato.
Mi dispiace, per te, tantissimo. Consolati pensando che in realtà non hai perso nulla, perché nulla avevi.
Sorridigli, se puoi. Prendilo per mano e accompagnalo alla porta. Che torni da te il giorno che avrà capito, il giorno che sarà diventato una persona adulta. Poi, potrete anche uscire insieme, farvi due risate ripensando al dolore e ai pianti che avete condiviso.
Vai avanti, Federica. Senza rimpianti. Una volta di più sii forte, anche per lui.
Una sconosciuta ti abbraccia teneramente.

 


SONO STATA LASCIATA DAL 'FIDANZATO' DI 54 ANNI

Cara Cinzia,

sono stata lasciata dal fidanzato, se così si può chiamare, di 54 anni: dodici più di me. A 52 anni era vergine e non sapeva baciare, non aveva mai avuto amici o amiche e aveva sempre vissuto con la sorella e la sua famiglia. Poi, lui che è medico di base, è stato cacciato di casa perché beveva ed è stato in ospedale a disintossicarsi per ben un mese. Ha sempre avuto problemi sessuali, non avendo mai avuto rapporti tranne che con me; faceva uso di psicofarmaci prima di iniziare un discorso e risolveva bevendo ogni minimo problema con la sorella.

Dopo due anni di alti e bassi, mi ha lasciato per una banalità e non ha voluto più vedermi, né rispondermi al telefono o tramite sms.

Una volta mi aveva detto di aver trascorso tutta la vita senza donne e senza desiderio e che credeva di essere omosessuale. Credi che lo sia veramente? Grazie.

Donatella

frecciaCINZIA RISPONDE

Il problema non è se sia omosessuale o meno, il problema è psichico, relazionale, certamente legato alla sua storia personale, causato da un contesto familiare quantomeno oppressivo che non gli ha consentito di maturare affettivamente, di emanciparsi. Dal poco che scrivi emerge una personalità fortemente segnata dall'insicurezza, dal senso di inadeguatezza e forse inferiorità. Il rapporto con le figure femminili è disastroso al punto che per poter parlare con te doveva assumere psicofarmaci, per rapportarsi alla sorella, alcolici (e con la madre che faceva?). Mi chiedo la figura paterna che peso abbia (meglio - non abbia) nella sua formazione emotiva. In queste condizioni, lo capisci da sola, gli aspetti relativi all'orientamento sessuale sono assolutamente secondari, non definiti, né definibili - e soprattutto non causa, ma conseguenza. Quest'uomo doveva essere seguito da uno specialista probabilmente già da ragazzo. Il ricorso alla psicoanalisi, e ad eventuali cure psichiatriche, è una scelta che matura quando ci si rende conto di vivere un disagio, o se questo diviene a poco a poco incontrollabile, fonte di un tale malessere da spingerci a chiedere aiuto - talvolta, però, le persone hanno poca o nulla consapevolezza di loro stesse. Questi sono i casi peggiori. E tuttavia, è bene dirlo, si può anche convivere tutta la vita con un disagio psichico, adattandosi ad esso, considerandolo normalità, o comunque parte di noi stessi. In un certo senso siamo tutti un po' squinternati. Volta pagina. Trova un uomo se non proprio sano, meno problematico. Ce n'è sai? ;-)


frecciaIL COMMENTO DI... Chiara

Mi viene in mente una cosa, fermi restando i problemi evidenziati da Cinzia: il tuo ex potrebbe essere un asexual: una persona cioè che non prova mai desiderio sessuale e attrazione fisica. Se ne inizia a parlare sui giornali, ma puoi sapere tutto su http://www.asexuality.org/home/

 


IL MIO UOMO MI TRATTAVA SENZA RISPETTO

Cara Cinzia,

quando parlo della mia storia mi viene da piangere: credevo sarebbe durata in eterno. Stavo con un uomo che mi trattava senza rispetto, si preoccupava solo della sua famiglia (avendo perso i genitori da giovane, si dedica alla sorella e alla nipote, che aiuta anche economicamente) e spesso si comportava come un pazzo. Gli perdonavo tutto, perché piangeva raccontandomi di essere solo al mondo, senza amici e senza affetti. Mi diceva sempre che mi amava e non poteva vivere senza di me, ma quando gli chiesi quando voleva che andassi a vivere da lui mi rimandò all'anno successivo! Poi mi ha lasciato con odio, accusandomi di colpe che non avevo e dicendo che non era mai stato bene con me. E' stato umiliante. Tempo dopo, l'ho rivisto con una donna, le teneva la mano sulla spalla: ci sono rimasta malissimo. Forse faccio parte della categoria  di donne che ama troppo? Dovrei essere arrabbiata con lui, per non continuare a farmi del male?

Lettera firmata

frecciaCINZIA RISPONDE

Non si ama mai troppo - bisogna chiedersi, piuttosto, se il sentimento che si prova è amore o qualcos'altro. Occorre imparare a non aspettarsi/ pretendere nulla, ad accettare il rifiuto, il tradimento, l'abbandono, la perdita - se verrà. Quando una persona ci lascia (qualunque sia il motivo; e le responsabilità sono sempre equamente ripartite anche quando il piatto della bilancia sembra pendere più da una parte), è in ogni caso doloroso e umiliante: un piccolo o grande lutto, che segna e aiuta a crescere. Intestardirsi serve solo a rimanere fermi - un po' per la paura di rimettersi in gioco, rischiando altri dolori e offese, un po' perché troppo spesso non è l'altro che amiamo, ma l'idea che ci siamo fatti di lui per dar corpo ai nostri desideri, soddisfare i nostri bisogni, concretizzare le nostre fantasie: è difficile separarci da un sogno, da un'illusione. Dopo qualche mese ecco che l'altro finalmente comincia a far capolino da dietro lo schermo e... Ma chi è quell'estraneo? Scopriamo, allora, che ci sono cose di lui che non ci piacciono, che magari ci feriscono, ci deludono - e la stessa cosa accade a lui.

Un rapporto saldo, sano e maturo, si può costruire solo a partire da questo momento: quando la realtà e le persone si mostrano per quello che sono e finalmente possiamo cominciare a confrontarci e dialogare, alla pari, ognuno con la propria identità, le proprie specificità. E' qui che spesso le relazioni finiscono - semplicemente perché non ci corrispondono. Oppure le trasciniamo per anni ostinandoci a cercarvi quello che non hanno: uno stillicidio quotidiano, che sbarra la strada ad ogni alternativa. Penso che ciò abbia a che fare con la scarsa conoscenza di sé ed un ancor più misero amor proprio: ci costringiamo in relazioni inutili o dannose perché non crediamo di poter aspirare a niente di più, perché la paura di restare soli spinge a compromessi irragionevoli, al limite dell'autolesionismo. E poi può esservi anche una buona dose di delirio di onnipotenza: la tentazione di credere che potremo dove altri hanno fallito, che saremo capaci di modificare la realtà secondo il nostro gusto e le nostre necessità... Insomma, un ginepraio! Fai bene a ragionare, a cercare di capire, ma non ti avvitare su te stessa - esci da questa spirale un tantino perversa. Datti tutto il tempo che ti occorre per "elaborare il lutto" ma sii pronta a voltar pagina. Una delle tue metà è la fuori che ti aspetta o cerca - se resti intrappolata in questa storia non potrai vederla nemmeno se tu l'avessi davanti.

 

frecciaIL COMMENTO DI... Chiara

Continuando quanto detto da Cinzia, ti suggerirei anche di leggere il famoso Donne che amano troppo (è citato nella sezione Confessaci di questo sito).

 


SUBISCO UNA VITA CHE NON MI PIACE

Ho bisogno di aiuto, ma non so come e a chi chiederlo. Vorrei divorziare ma non posso permettermelo, non ho né genitori né suoceri, ho due figli con problemi di salute e io stessa ne ho, ma non posso comprare neanche gli occhiali. Dalla nascita subisco una vita che non mi piace e che non riesco a migliorare. Io e i miei figli (di 16 e 6 anni) stiamo rinunciando anche all'essenziale. Mio figlio più grande non approva il padre solo quando non riesce a ottenere attenzione da lui, ma verso di me mostra sempre indifferenza, mancanza di rispetto, insofferenza; i miei figli non mi danno ragione se non quando fa comodo a loro. Così sto vivendo una vita di discussioni senza ottenere nulla, se non disprezzo, odio, dispetti, mancanza di rispetto quasi da tutti, e tra i conoscenti - amici veri non ne ho - gira voce che sia tutta colpa mia (persino la malattia dei miei figli). Quelle rare volte che esco di casa cerco di andare dove non ci conoscono. Mio marito, che ha otto anni più di me, non si rende conto che con i suoi comportamenti ci sta rovinando la vita; lo fa con l'indifferenza nei miei confronti, ostentata anche davanti ai figli; non mi ascolta, non vuole essere coinvolto, nega l'evidenza, mi fa passare da stupida. Vorrei una famiglia diversa.

Mare.62

frecciaCINZIA RISPONDE

Carissima "Mare.62", la Sua disperazione è perfettamente chiara. Lei si trova nella stessa condizione vissuta da moltissime, troppe donne - costrette a subire ricatti, violenze fisiche e psichiche, vessazioni dal marito e dai figli, impossibilitate ad andarsene, a cambiare vita per mancanza di indipendenza economica e una rete familiare/ sociale di protezione. Noi, però, non possiamo offrirLe quello che chiede. Il nostro è solo un sito web, non siamo né un'associazione, né un ente, non abbiamo né le risorse economiche, né le competenze professionali per darLe l'assistenza di cui necessita. Ciò che mettiamo a disposizione attraverso il sito (solo su base volontaristica), è la nostra capacità di prestare ascolto, di metterci in comunicazione con le persone che si rivolgono a noi. Esprimiamo opinioni, talvolta consigli, ma nulla di più. Mi spiace davvero tanto.
Non so da dove scrive, ma suppongo che anche nella Sua provincia vi siano uffici preposti ad offrire assistenza sociale. Ha provato a rivolgersi a loro? Sono consapevole di quanto sia difficile ed umiliante chiedere aiuto, e so per esperienza personale che non è raro imbattersi in operatori frettolosi o, peggio, sprezzanti, ma questo è in ogni caso il primo passo che deve compiere per trovare una soluzione ai suoi problemi. Ha avviato le procedure per il riconoscimento dell'invalidità Sua e dei suoi figli? Ciò non porterebbe soldi, ma favorirebbe l'interessamento dei servizi sociali (per l'assegnazione delle case popolari, l'erogazione di contributi economici, l'ospitalità in case famiglia, ecc.) e l'inserimento nel mondo del lavoro (negozi, ditte e aziende hanno l'obbligo di assumere in percentuali variabili personale appartenente alle cosiddette categorie protette). Non ne sottovaluterei i vantaggi.
Un'ultima cosa: non cada nella trappola di sentirsi responsabile, in colpa. In una coppia, nel fallimento di una famiglia, le responsabilità e le colpe sono sempre equamente suddivise. E non dia ascolto alle chiacchiere della gente, non se ne preoccupi: le persone, spesso, aprono bocca solo per dargli aria - un po' per superficialità, un po' per cattiveria e un po' per non sembrare ignoranti, stupide o indifferenti. Concentri tutte le sue energie nel cercare di rendersi indipendente - non abbia paura di chiedere, ma lo faccia attraverso gli enti preposti che sono gli unici ad avere i mezzi e le professionalità giuste per darLe aiuto. Raccolga le forze, prenda coraggio, abbia cura di se stessa, del suo aspetto, della sua salute fisica e mentale. Vada a testa alta. Non ha niente di cui vergognarsi e nulla da farsi perdonare. Ha diritto ad essere rispettata, chi non è capace di farlo adesso, imparerà, altrimenti... ognuno per la sua strada, senza rimpianti.
Mi faccia sapere, se crede.

 


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