LA SCRITTRICE... SEI TU!

Spazio Autrici

31 agosto di Francesca Vignali Albergotti

 

31 agosto 2012, Milano Marittima- riviera adriatica

 

Fine agosto. La luce è già cambiata, anche se il sole scalda ancora, non è già più lo stesso. Saluto l’estate, attanagliata da quel misto di malinconia che spunta inesorabile ogni volta che qualcosa sta per finire, e stravaccata, in buona compagnia della mia pancia molle spalmata sul lettino sbiadito del bagno Pino e di un libro, guardo l’orizzonte azzurro scuro del mare adriatico, e intanto penso che, visto dal bagno asciuga, sembra quasi un mare bello.

C’è ancora tanta gente, anche se è fine agosto. Saranno quelli che, vista la crisi, hanno posticipato le vacanze ed son partiti dopo ferragosto, quando i prezzi si abbassano un po’. L’orizzonte confuso con la striscia di mare mi appare a tratti, nascosto da mille teste che passano proprio davanti a me .

Tante famiglie monoreddito o al più un reddito e mezzo, identificabili dal costume un po’ slabbrato che deve avere visto e vissuto parecchie altre estati, tanti nonni, tanti bambini, qualche seggiola a rotelle che lascia una scia nella sabbia umida, perché chi è malato al mare ci viene quando non fa più tanto caldo e quando ci dovrebbero essere meno turisti. Invece verso le 9 e mezza, finita la colazione a base di cornetto decongelato e spremuta fatta con le bustine, vanno all’edicola a comprare il quotidiano della città di appartenenza, e intanto che ci sono anche una crema protezione media dimenticata a casa, e anche un paio di ciabatte nuove, qui sono in saldo e saranno utili per la prossima estate, e poi via, tutti alla spiaggia. Siccome l’acqua tanto bella non è, anche se ogni tanto un pesce coraggioso prova ad emergere e guizzare mimetizzato nel fondo sabbioso marrone verdastro, in pochi fanno il bagno. Però passeggiano. Il tempo di percorrere la passarella di legno che porta all’ombrellone colorato, appoggiare la borsa o lo zainetto al gancio, tirare fuori il giornale e stendere l’asciugamano sul lettino, legarsi il marsupio alla vita, che con tutti gli zingari che ci sono in giro i soldi e il telefonino non vanno lasciati all’ombrellone, neppure chiedendo ai vicini di dare un occhio, e via… a camminare sulla riva del mare, qualcuno addirittura nell’acqua a lambire le cosce, che dice faccia tanto bene alla circolazione. Un’orda di vacanzieri che incessantemente macina chilometri di costa adriatica, confusi con gli sportivi veri, quelli che corrono con pantaloncino corto e torso nudo, ai piedi scarpe da ginnastica professionali, cardiofrequenzimetro al braccio, cuffie per la musica all’orecchio e goccia di sudore in bilico sul naso. Qualche signora di una certa età sta ferma con le gambe immerse nel mare, si tira giù le spalline del costume intero bielastico che dovrebbe contenere le pance ma non riesce ad arginare il grasso, e quello, mascalzone, si sposta solo più in giù o in su, sul sedere o verso le spalle, a volte risale per arrivare addirittura al collo e costruire una bella gobbetta di ciccia.

Migliaia di piedi deformi e callosi marciano calpestando la sabbia dura e bagnata, e cercano di evitare le buche scavate dai bambini, i castelli pericolanti, i camerieri stagionali che in turno di riposo dormono esausti su un telo appoggiato in riva, le conchiglie rotte, e specialmente il variopinto mercato che ogni mattina si ripresenta nel breve tratto fra gli ombrelloni in prima fila, nei bagni eleganti addirittura delimitato da transenne di corda, e l’acqua un po’ limacciosa.

Indiani, cingalesi, senegalesi, congolesi, qualche italiano del sud, e vendono di tutto. Arrivano verso le 10, proprio nel momento in cui comincia la passeggiata dei bagnanti. Reggono sulle spalle dei pesantissimi fardelli, teli di cotone chiusi con i fiocchi come quelli che i nani di Biancaneve legavano al bastone per andare alla miniera canticchiando “ohi li ohi la”. Il branco di venditori non canta, e non custodisce i diamanti dei nanetti, ma arriva con un carico altrettanto prezioso. Sono borse, scarpe, piumini, golf e giacchette, orecchini, bracciali e collane, orologi, cappelli di paglia, foulard, portafogli e trousse per il trucco, mascherine per ogni tipo di telefonino, occhiali da sole e portachiavi, caftani etnici, costumi da bagno, teli di spugna, radioline e cd, anche se quelli, ormai, non li vuole più nessuno. Il gruppo di venditori si guarda intorno guardingo per controllare che non ci siano vigili o guardia costiera nelle vicinanze, poi disfa i fiocchetti delle balle e piano piano stende la mercanzia in bell’ordine. Qualcuno tira fuori dal sacco anche due caprette su cui appoggia una tavola di compensato per farne un banco vendita, altri infilano gli orecchini in un ombrello aperto e lo piantano nella sabbia, così ci si può anche girare attorno. Oltre al gruppo commercianti c’è la categoria “ artigiani” altrettanto numerosa, anche se meno appariscente. Sono cinesi che dicono di scrivere su dei fogli lunghi i nomi italiani nel carattere della loro lingua, anche se nessuno sa se sia vero o che non siano solo scarabocchi, comunque un bel ricordo per la porta della cameretta della nipotina rimasta a casa. Ci sono i massaggiatori di piedi e, su richiesta, di qualsiasi altra parte del corpo, inconfondibili perché, quando passano li accompagna una densa scia di balsamo di tigre confuso con l’olio Johnson. E ancora, senegalesi che intrecciano i capelli muovendo le mani veloci ed esperte, tatuatori con l’henné’, che dura poco ma c’è un catalogo vastissimo, che va dai draghi ai tribali per l’avambraccio, e se lo fanno fare anche le signore e le mamme in vena di trasgressione, pur se solo temporanea. Poi c’è il cocco bello, un napoletano che urla “coccoooooo, cocco bello”, uno psicopatico, forse sfuggito ad un TSO, che cammina su e giù per la spiaggia non per vendere quei pezzi di cocco mezzi cotti dal sole, ma per spaventare il ragioniere che dormicchia all’ombra e svegliare l’infante in carrozzina, finalmente tranquillo dopo un’ora di incessante dondolio.

Ho affittato per la giornata un ombrellone in prima fila, perché al mare mi piace guardare il mare e non la testa cotonata della vicina d’ombrellone, ma alle dieci capisco che, pagando sovrapprezzo per la prima fila che mi è stato estorto dal bagnino Pino, ho buttato via i miei soldi.

Davanti a me, ad appena un metro, a coprirmi quello spicchietto di vista acqua che mi è rimasto, si installa un’intera famiglia di neri. Mamma gigantesca, un donnone 2 metri per 1 che da sola occupa metà panorama, due bambini di circa 6-7 anni, un’amica della mamma, un po’meno grossa ma comunque ingombrante. Rovesciano con entusiasmo e praticamente sotto il mio lettino una quantità di giochi da spiaggia tale da fare invidia al figlio viziato di un notaio ricco, due o tre parei colorati, una borsa frigo sospetta da quanto è gonfia, un pallone da calcio e i racchettoni, che non sarebbero di per sé pericolosi se non ci fosse anche la diabolica pallina pronta ad essere sbatacchiata di qua e di là sull’arenile, già mi immagino lo “stup …stup… stup…. ”

Il donnone enorme tira fuori da una borsa un pezzo di cartone piegato in due, dove sono attaccate delle fotocopie sgranate di teste piene di treccine fermate con elastici colorati, e lo pianta davanti a me. È l’insegna pubblicitaria della sua attività: la treccinomane.

I bambini sono molto belli, Pelle d’ebano, magri e col muscolo già guizzante, non hanno il costume ma delle mutandine sformate e sopra una canottiera, che una volta doveva essere bianca, ma ora è di quel colore che riconosco subito perché è lo stesso che viene a me quando sbaglio un lavaggio in lavatrice, cioè sempre.

La mamma e l’amica si accomodano su un pareo arancione, neanche loro hanno il costume, ma sono infagottate in enormi camicioni e sotto hanno anche una sottana larga che le copre interamente.

Sembra che le donne conoscano tutti i venditori del litorale, infatti chiunque passi si ferma con loro, mi fa ombra, scambia due parole in una lingua che non conosco e poi torna alle vendite.

Quasi tutti i bagnanti in passeggiata guardano con affetto i due bambini neri, qualcuno gli accarezza la testa, qualcun altro gli prova a parlare, ma sembra che loro non capiscano.

I fratelli giocano con una tavoletta di polistirolo, avrebbero a disposizione le palette, ma decidono, grazie all’ingegno proprio dei bambini liberi dai condizionamenti ottusi degli adulti, di dare un nuovo utilizzo adun arnese di solito d’uso diverso, e così cominciano a scavare una buca usando la tavoletta galleggiante.

Metà della sabbia dell’arenile si deposita sul mio asciugamano, l’altra metà direttamente sui miei capelli. Allora decido di togliermi gli occhiali e di fargli gli occhiacci, perché non capirebbero se gli chiedessi di smettere.

E comunque è un sistema già collaudato e nel quale sono piuttosto esperta. Ogni volta che per strada, alla cassa del supermercato o ovunque trovi nelle vicinanze un bambino che fa i capricci gettandosi per terra urlando convulsamente, o che fa qualcosa di pericoloso come mettersi in bocca il tappo di una bibita all’insaputa dei genitori distratti, io intervengo. Mi accerto saggia che i genitori siano voltati e che non mi vedano, perché so benissimo che non sarebbero contenti di questa mia interferenza non richiesta nel loro sistema educativo, quindi aggrotto le sopracciglia e socchiudo feroce lo sguardo, sprigionando tutta la cattiveria di cui sono capace, e fisso i piccoli tiranni ben bene fissi negli occhi, solo per pochi secondi come se mi fosse venuto un tic. In caso stiano mettendo a repentaglio la loro incolumità alzo addirittura il dito indice facendolo oscillare da destra a sinistra, che vuol dire no in tutte le lingue del mondo. Funziona bene, le creature rimangono sbigottite, tanto spaventate che si immobilizzano, qualsiasi cosa stiano facendo. Rimarrò un trauma nei ricordi dei bambini che il destino mi ha fatto incontrare, ma avrò salvato delle vite, o almeno avrò tolto d’impaccio tanti genitori annientati, disarmati di fronte alle bizze dei piccoli despot . Decido di colpire, mi tolgo gli occhiali da sole e aspetto il momento opportuno, stando attenta con la coda dell’occhio che la mamma gigante non mi veda.

Ci vuole un po’ di tempo, perché i bambini sono presissimi dalla loro buca e non mi guardano, mentre la mamma è occupata in una conversazione che sembrerebbe molto interessante con l’amica, e non c’è pericolo che si accorga di me. Con un movimento veloce e continuando a chiacchierare il donnone si sfila via dalla testa quelli che io pensavo fossero i suoi neri capelli ricci e che in realtà è una parrucca, li appallottola ben bene e li infila in un sacchettino di plastica continuando serena, perfettamente a proprio agio con la nuova testa quasi calva, la conversazione interessante con l’amica.

Aspetto solo il momento buono, quello in cui uno dei due ragazzini volterà la testa verso di me, ma la mamma urla loro qualcosa, riprendendo immediatamente le chiacchiere. Loro corrono ubbidienti nel mare, si tirano giù le mutande scolorite e fanno pipì all’unisono in acqua, che comunque tanto più gialla non potrà diventare.

Finalmente, tornando a riva i due bambini si accorgono di me. È un attimo, li fulmino con lo sguardo e vedo che loro si fermano, annientati come tutte le mie vittime. Lo sguardo non deve durare tanto, li deve lasciare nel dubbio “sarà vero o no? Ce l’aveva proprio con me?” e non dargli mai, mai il tempo di far intervenire i genitori, in questo caso la mamma enorme e forse pericolosa.

Riprendo in mano il libro e inforco gli occhiali da sole, fiduciosa che mi staranno più lontano e forse cambieranno gioco.

Ma ho ingenuamente sottovalutato i bimbetti, che passato il primo momento di sconcerto cambiano gioco, ma forse era meglio la sabbia che mi pioveva sui capelli. Afferrano un racchettone per uno, e invece di giocare con la palla di gomma decidono di fare una gara fra loro, e vedere chi dei due riuscirà a lanciare più in alto i vari giochi di plastica dura in dotazione del loro parco: secchiello, rastrello, formine. Inevitabilmente nel tempo di tre lanci un coccodrillo rosso atterra sul mio lettino, sfiorando il libro innocente.

Il bambino più grande si immobilizza, e non ha il coraggio di venire a riprendere il coccodrillo. Rimane bloccato, con il racchettone in una mano che ancora aspetta la discesa del coccodrillo. La mamma si è accorta dell’atterraggio sul mio lettino e gli urla smaneggiando, ma lui sembra molto più spaventato da me che dalla sua mamma.

Mi accorgo che al gruppetto si è aggiunta un’altra donna, con altra bambina al seguito. È più piccola dei maschi, avrà 2 o 3 anni. La testa è piena di treccine e sembra una bambola, una bellissima bambola. Vorrebbe giocare con il maschio piccolo, quello che non è rimasto ancorato alla sabbia per la paura dopo avermi visto, ma lui non vuole. Allora lei incrocia le gambe e si mette a sedere vicino alle donne, e intanto guarda il mare.

A quel punto non c’è passante che non si fermi, o che non sorrida al gruppo. La bambina diventa l’attrazione principale della spiaggia, nessuno si fa fare le treccine, ma sono tutti lì, a pararmi sole e vista mare.

Per fortuna verso mezzogiorno la folla deve andare in albergo, a darsi una sciacquatina prima del pranzo, 4 portate a scelta, pesce fresco ogni giorno e bevande extra.

Il bagnasciuga si svuota, anche i venditori raccattano le rimanenze e se ne vanno. Quasi tutti, perché la treccinomane con figli e amiche e figli delle amiche rimane, come inchiodata a quel pezzo di arenile. Pranzano lì, stendono meglio i parei e poi apparecchiano per il pic nic. Dalla borsa frigo tirano fuori banane e pesche, varie vaschette argentee piene di spezzatino e verdure, una torta alta e dall’aspetto stoppaccioso, e tutti cominciano a mangiare immergendo le mani nelle vaschette. Finito il pranzo i bambini vengono spediti nel mare a sciacquarsi le mani mentre le donne rimettono gli avanzi nel borsone, poi il donnone si stende e appoggia la testa quasi calva ad un pallone a mo’ di cuscino, le sue amiche si sistemano all’ombra di un casottino del bagnino di salvataggio, e tutte si addormentano pacifiche. I bambini no.

Il bambino piccolo approfitta del momento di quiete e fa quello che desiderava fare da un po’ di tempo: prendere a palettate in testa la bambina con le treccine. Lei scoppia in un pianto disperato e intanto appoggia le mani alla fronte cercando di schivare i colpi. Una delle mamme alza un po’ la testa e farfuglia qualcosa al bambino dispettoso per farlo smettere. Lui smette con la bambina e comincia ad inseguire il fratello grande, con la stessa paletta e le stesse intenzioni. Si rincorrono in acqua. Ora, il mare dell’adriatico non è pericoloso, ma come ha sempre raccontato mia mamma si può affogare anche in 30 cm d’acqua, come la povera figlia della sua amica che l’han trovata morta nella vasca da bagno. Quindi io rimango lì, con il libro quasi incartapecorito dal sole appiccicato dietro le cosce, il bagnino di salvataggio che è in pausa pranzo, la spiaggia deserta e questi due bambini a picchiarsi nell’acqua, mentre le loro mamme dormono inconsapevoli. E se uno dei due si facesse male, svenisse, e se non se ne accorgesse nessuno e affogasse lì a due passi da me? Nella mente mi sfreccia l’immagine orribile di un corpicino nero che galleggia con la canottiera fluttuante.

Mi alzo dal lettino ed entro in acqua.

I bambini non si accorgono di me fino a che non sono ad un passo da loro. Quando mi percepiscono è troppo tardi, si bloccano con un’espressione terrificata, come se avessero visto un leone marino emerso dalla marea. Gli rifaccio gli occhi cattivissimi, e contemporaneamente alzo il braccio con l’indice della mano teso verso la spiaggia e il cumulo di mamme addormentate, come a dire andate lì, vicino a loro e non sognatevi di rimuovervi. Gli vorrei dire ma perché non provate a dormire un po’ anche voi che è tutta la mattina che siete in movimento, ma il linguaggio non verbale che ho a disposizione è troppo esiguo, e mi devo accontentare di farli uscire dall’acqua.

Stavolta ce l’ho fatta, i due fratelli si sono spaventati e si accovacciano un po’ depressi di fianco ai sottanoni colorati delle donne, disegnando con le dita ghirigori nella sabbia, che è un gioco che può andare bene.

Ripiombo sul lettino, schiacciando libro occhiali e giornali, e finalmente, accarezzata dalla brezza salata, mi addormento.

Mi sveglio perché il sole ha seccato la bavina che mi è uscita dall’angolo del labbro e non riesco più a chiudere la bocca. Con la lingua felpata cerco di inumidire il labbro e riprendere il controllo della bocca stessa, intanto apro gli occhi.

Nel lettino di fianco a me, riparati dall’ombra del mio ombrellone, ci sono i tre bambini.

Sono in fila ordinata, dal più grande al più piccolo, seduti composti come se stessero guardando un film al cinema. Lo spettacolo sono io che dormo scomposta, ma finalmente innocua. È un attimo. Li guardo, mi guardano. Il bambino grande piega la testa per allinearla alla mia che è ancora appoggiata all’asciugamano appallottolato. Spuntano, scintillando nel faccino nero, i denti bianchi. Mi sorride. E subito dopo mi sorridono anche gli altri, poi la bambina scende dal lettino con un saltello e allunga la mano per farmi una carezza sui capelli biondi.

Il sole sta scendendo dietro l’albergo Florida, e dagli altoparlanti del bagno Pino una signorina annuncia la programmazione del cinema all’aperto per la serata.

Il mare non è più azzurro, ma grigio. Sopra di noi passa un elicottero e tutti alzano la testa.

Mentre io infilo il libro, i giornali e il telo in borsa, il donnone nero fa le treccine nella testa della sua amica, e i bambini si sono messi lì vicino a lei, l’aiutano passandole a turno gli elastici per fermare le trecce.

La giornata di mare è finita. Cerco di trovare la passerella per risalire allo stabilimento, ma è coperta dalla sabbia. Chiedo il conto al bagnino Pino, e per un attimo mi balena in testa l’idea di reclamare, dirgli che non è possibile fare pagare di più la prima fila perché in realtà ho diviso tutto il giorno l’ombrellone con un’intera colonia di extracomunitari, che la prossima volta col cavolo che gliela pago, piuttosto stendo un telo sul bagnasciuga e rischio di essere calpestata, ma almeno è gratis…ma mentre rimugino, qualcuno mi tira la borsa.

È il bambino grande, mi sorride e aprendo e chiudendo la mano mi fa ciao.

Mi ero dimenticata di salutarli.

Pino il bagnino mi fa lo sconto, anche se non gliel’ho chiesto, io pago e me ne vado un po’ più soddisfatta.

Ma prima mi accovaccio ai piedi del bambinetto, prendo la testa ispida fra le mani e lo sfioro con un bacino. Ciao bambino, all’anno prossimo.

 

Francesca Vignali Albergotti

 


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